lunedì 17 ottobre 2011

Americana (freestyle mid-October bullet points)





  • Sulla diatriba moderno/postmoderno, un granello (una goccia) in un mare di non-sense: è l’etimo, la radice (modo: or’ora, mommò).
  • Sicchè in David Foster Wallace (d’ora in avanti DFW, o il suicida) il postmoderno opera come quel batterio che attacca una mirabile architettura testuale sul più bello, sul finale.
  • Il finale imploso è un’interruzione di coito. Anzi è peggio. All’interruzione di coito si rimedia soli, in cinque minuti. Così, il naufragio del finale del romanzo breve “Oblio” (eponimo della raccolta di prose brevi e medie – e a tutto dire anche proprio lunghe – Oblio, de il suicida), il suo naufragio in una rete di aneddoti tecnicistici, a sbatacchiare ed uccidere un crescendo intenso ed articolato, bellissimo, tale naufragio: o è una scelta stilistica di anticlimax; o è una scelta morale sade-masochista. Un errore, nel primo caso; un sintomo grave di malattia nel secondo (la terminologia fisiologista di questo post è una conseguenza della rilettura di Aurora, pensieri sui pregiudizi morali di Frdrch “big time moustache” Ntzsch).
  • La sottrazione di finale, tuttavia, in DFW, opera altrove in maniera mirabile (segnalasi: “Salomon Silverfish”; “Incarnazioni di bambini bruciati”). Qui, attraverso la sottrazione del dato reale, il pathos del finale esplode e risuona più intenso (il reale, il dato reale, è stupido, ottuso, anti-poetico).
  • Due scrittori a confronto (una generazione li divide, per lo meno): Don DeLillo lavora di lima sul discorso, espandendone i limiti, per cosí dire, dall'interno, allargandone a dismisura la capacità. Il risultato è lirico par excellence. Il suicida, in cambio, fa e disfa le strutture di base (gli assiomi) che reggono il modo in cui il discorso si presenta. In De Lillo la voce è una categoria fondamentale, unica e indivisibile; in DFW la voce è spezzettata, fredda, ritrasmessa via cavo ed esposta sul lettino del chirurgo (in alcuni casi proprio un disco rotto; in altri piuttosto un seno rifatto, rifatto bene).
  • L’unico artista americano che in fondo conosco per bene, dall’inizio alla fine ed ai piedi, in verità, è Kobe Bean Bryant.

2 Commenti:

Alonso Quijano ha detto...

Che cosa hanno di americano questi americani, DeLillo e Il Suicida?

In alcuni: Withman, Kerouac, Ginsberg, Bukowsky e McCarthy, è americano il loro esserlo senza esserlo fino in fondo (anche Withman è americano in questo senso, poichè avverte e annuncia il sogno, ma proprio questa sua gioia è così poco americana!). Per "fino in fondo" intendo la loro capacità di restare dentro la vita americana , pur negandola, sovvertendola, restando ai margini, quasi provassero orrore - una volta entrati - a rimettere la testa fuori.
Nell'indifferenza di Suttree - ad esempio - c'è posto per ciò che di americanamente abietto la società americana conserva.
Ne "La caduta dell'America", titolo nichilistico par exellence, c'è in fondo la speranza che quel sogno che continuamente si intravede possa diventare realtà - il sogno americano nella sua forma opposta, ancora più utopistico di quello di Wall Street: sogno democratico!

Che cosa rimane di questi o quanto c'è di nuovo in DFW e DeLillo?

Al Fahridi ha detto...

Come precisato nel post, l'unico artista di cui posso rispondere è fade away bryant.
Tuttavia qualcosa posso dire. DFW si installa, siede e pasteggia proprio nel mezzo di certe fobie tutte mericane (costumi, modi di vita, "sogno americano" ovvero positivismo oltranzista, SUV, autostrade, capitalismo finanziario, "business is business").Cisiede in mezzo e se le fa venire addosso, e le soffre. Nel senso che probabilmente alla base dei suoi testi c'è un rimasuglio dell'"impegno", un residuo di credenza che la letteratura possa (o debba) "cambiare le cose".
Francamanete DeLillo à un animale a me troppo ignoto ancora, antropologicamente, per dire cosa mericano e cosa no.

Direi che in generale, visto da fuori, un certo rimasuglio di "fede" nel logos li fa comunque americani.