martedì 9 febbraio 2010

Burlesque

#1

Come ora
ossessiva necessità di dire
di quegli occhi di castagno
che mi fissano.
Come ora
la notte si consuma.



#2 (A me stesso)

Dici e mormori
in realtà
insinui e ridi,
dove hai imparato
l’inganno?



#3

Siedi comodamente
nel tuo circolo di sorrisi
tre le increspature degli occhi
e il pallore delle labbra
- nessuno ti dice di più
di quanto la tua gola agogni -
perché intuire è un gioco
pericoloso.



#4

Nuance
sur sa tete
je regarde
la suffisance
d'etre joyeuse.

sabato 6 febbraio 2010

Nuances

#1

All’istante basta poco, a me non basta
il tempo - e ringrazio!

In questo inverno di gelide notti
raccolte negli occhi,

attendere è un’arte.



#2

Che si insinua
la voce
nelle strettoie dei nervi
e percuote i timpani
così dolcemente
- e io ho i sensi acuiti
ed estenuati
nella tua percezione.

mercoledì 3 febbraio 2010

Ars Poetica

D’improvviso non ricordo
le parole un tempo evidenti

dunque impasto
sotterro scavando
e divelto rimando

Né tantomeno musica –
rimescolo, sono un mestolo.
Sgocciolo, assaggio: se riverbera, bene, ringrazio.
Come medico: rumino, ausculto. Spesso mi perdo.

Qualcosa vuol tradire il segreto che precede la parola – e scavo.

giovedì 26 novembre 2009

Cruda verità 3

Vietarsi l’angoscia e il dolore, perché siamo colmi di entrambi! Vietarsi gli attimi di delirio, quando anche la prudenza serve a poco! Vietarsi l’ansia… perché tutto ritorna! (Anche se a volte il pensiero che il dolore e la stasi siano di nuovo pronti ad entrare in scena, ci atterrisce. Bisogna dunque vietarsi ogni nostalgia?)

Cruda verità 2

Detto antico: “non si è mai troppo prudenti”.

lunedì 23 novembre 2009

Venditori di illusioni

Mi danno un farmaco per tacere,
una droga per dormire,
un po’ do acido per purificarmi,
la loro lingua d’acciaio
i loro ventri-grancasse
quattro stracci e una scarpa…

hanno mani piene di giochi,
dove i sogni si infrangono,
perchè tutto si infrange prima o poi,
e come l’onda tutto trascorre
e ritorna e s’infrange.

Mi danno una cura ai mali,
perché non si dica mai
che la menzogna esiste
- tutto tace
ma la menzogna è loquace,
strisciante e clamorosa.

Mi iniettano immagini colorate
per distrarre e distrarre
e perdermi… in un ansimante
formicolio di pensieri,
sempre più viscidi, squallidi,
velati di un’ipocrisia
che quasi giustifica ogni cosa
- alfa e omega della ragione
e del sentimento -.

Mi danno una droga
perché io metta al bando
queste due idee, i miei pochi valori,,
e, se mi va, anche la dignità…
“Eppure…” mi dico
“bisogna tacere ad ogni costo!”.

Mi danno lassativi,
perché mi purifichi dalla blasfemia,
che mi contagia,.
“Qui esiste una varietà di falsificazioni
da rispettare… adeguati!”
mi dicono e storcono il naso…
forse per il puzzo orrendo del loro fiato!

Mi danno farmaci e droghe
e purganti e idiozie…
eppure io ho chiesto soltanto del vino!

giovedì 12 novembre 2009

shame on

abbiamo poco tempo, crapuloidi sparsi per il mondo, e nessuno che ci indichi la via per andare via da qui. non avrei mai pensato di arrivare a vergognarmi tanto del mio paese. questa Italia senza voce è un continuo palcoscenico di mariuoli grandi evidenti - e le loro voci come tromboni tuonano, le sentite? "Processi brevi, riforma costituzionale, potere alla Libertà, potere alla verde padania!!!". non avete vergogna,crapuloidi? io sì. e non è certo piacevole... ormai anche la rabbia non ha più alcuna giustificazione. "con chi vuoi arrabbiarti, a chi vuoi urlare in faccia?" - se ancora ci sono delle facce, perchè io vedo solo culi predisposti a voi già sapete cosa - che importa la giustizia, quando si può godere - oh sì, quanto piace agli italiani il piacere... - e poi lui è così innocente, così giusto e suoi compagni - tutta gente franquentabile - ah! se avessi già un figlio, gli consiglierei di andare con loro, lui che può, io, ormai, sono controcorrente!

lunedì 9 novembre 2009

Il minatore

Il mio nome è Asterio. Come minatore attendo la pensione. Prima di abbandonare per sempre la mia zappa, il piccone e la torcia, vi lascio una breve confessione, che una notte, di qualche giorno fa, ho scritto sul mio lavoro, cioè su quello che sono stato - e intimamente sarò e morirò -. Spero che venga preso sul serio quanto leggerete.


Ho scavato dentro me una caverna e l’ho riempita d’odio. Pensavo che volere arrivare al fondo dei pensieri e delle azioni fosse salutare, ma si è rivelato mefitico. Ho provato il terrore prima della caduta, sull’orlo del precipizio - incosciente di essere diventato un minatore d’anime. Incurante e ferroso, pala in mano, faccia sporca e occhi neri, marciavo e scendevo sempre più a fondo, dandomi da fare senza freno, senza voltarmi mai indietro. Ho scavato per giorni senza trovare nient’altro che qualche insoddisfacente donna: niente di peggio per il mio cuore affranto, impregnato di odio verso ogni morale di cui oggi si possa essere partecipi. Ho visto troppe inquietudini nella mia anima, che quasi mi perdevo: la smania di scavare mi ha portato a sondare zone fuori dalla mappa, lontano da ogni capo, perché finalmente capissi, io, ignorante minatore d’anime, che ne avevo percorse molte, eppure mai la mia!
Ora mi è chiaro che il minatore d’anime non ha impulsi, non è soggetto a nient’altro se non al martellante lavorio delle sue mani, dei muscoli e alla subordinazione. Ma gli altri che erano con me non sanno quello che ho appena scoperto: non c’è fondo nelle cose dell’anima, l’anima è più profonda del Tartaro. Le sue propaggini si perdono nella nebbia, insondabili come i pensieri.
Ho incontrato minatori più esperti di me, gente che aveva trascorso (e forse è ancora lì) la propria vita a dannarsi tra cunicoli di roccia, senza luce, senza speranza di arrivare alla fine. A volte li vedevo camminare in lunghe file, ordinate e precise, dove nessuno osava interrompere l’andatura, ma come un esercito di formiche si avviavano silenziosi e scuri verso le loro caverne - anfratti indecifrabili per loro. Di tutti questi nessuno mai mi colpì tanto, tutti si assomigliavano e questo mi procurava un grosso fastidio, perchè la sola idea di assomigliare a quelle talpe umane mi dava i nervi - e fu proprio questa esigenza di diversità, di personalizzazione a convincermi ad abbandonare di tanto in tanto il mio tunnel e a scavarne altri contigui.
Quanti cunicoli abbia scavato è difficile a dirsi, perché ogni tanto perdevo l’orientamento ed ero costretto a tornare sui miei passi. Quanto lavoro sprecato! Quanta forza consumata per perdermi!
Intanto i tunnel si moltiplicavano e aumentavano la mia ansia e la smania di cercare - perché si cerca sempre per trovare qualcosa, così mi insegnavano i minatori più anziani. Alla fine, a sera, quando tutti dormivano lieti del loro lavoro, io me ne stavo solo, sveglio e insonne, a pensare a quanta fatica e lavoro per un fine che io non conoscevo. Allora mi assopivo nel pensiero che in fin dei conti non bisogna cercare, ma scavare e sperare.
Col trascorrere del tempo tra cunicoli vecchi e nuovi, capii che i minatori dell’anima sono i più speranzosi degli uomini: sotto il loro strato spesso di fuliggine (nei casi migliori) si nascondono occhi curiosi, attenti e allenati a guardare nel buio, pronti all’azzardo finale quando col piccone scalfiscono un filone d’oro. Eppure era molto tempo che di filoni d’oro non se ne sentiva più parlare. Io invece, scaramantico e tradizionalista, non potevo frenare la mia immaginazione, no, me lo vietavo categoricamente! Certo peccavo di inesperienza e c’era motivo perché, prima o poi, io non mi denudassi delle mie superbie e decidessi di mettermi in proprio.
Da allora il mio lavoro è diventato ancora più silenzioso, quasi impercettibile. Passo ore intere a sfondare rocce, a grattare via il terreno dagli occhi e a sperare. Quanta fatica, dico al mio cuore, quanta stanchezza e ora ci tocca anche tacere, sappiamo bene entrambi quello che abbiamo ritrovato, ma per questi miopi minatori sarebbe una luce troppo abbagliante.
Ora mi tocca anche andare in pensione, vedere sfiorire il volto di altri minatori, di giovani corpi votati al piccone. Che cosa me ne farò della mia scoperta? Niente! Forse è proprio questo il senso ultimo del mio lavoro: dimostrare che non c’è più niente da trovare, che ciò che abbiamo va già bene ed è difficile da comprendere. Credetemi non è la verità la mia scoperta, neppure la sfiora. È la vita quello che ho trovato. Fuori e dentro questi cunicoli bisogna vivere.
Intimamente - confesso - non posso biasimare troppo chi lavora qui sotto. Nel sottosuolo non ci sono solo bestie cieche o mostri notturni. Qui c’è il fondo della vita. Il brutto, l’insostenibile, il meschino, il deforme hanno qui sotto la loro sede preferita. Sono necessari! Certo solo la bellezza può salvarci, ne sono cosciente. Eppure come può la bellezza esistere, camminare all’aria aperta, se non è sorretta continuamente dai suoi opposti. Così anche l’anima ha bisogno del corpo della terra per essere sé stessa.
Noi minatori sappiamo che scavando potremmo mettere a rischio le fondamenta di tutto, potremmo anche sprofondare il mondo - ma a che scopo? Noi siamo servi della terra. Ne conosciamo bene l’umore. Sappiamo quanto è difficile sondare anime, senza mai chiedere perché. Lavoriamo perché la coscienza ci dice che questo è il nostro destino - e ci sta bene.
D’ora in poi non potrò più essere un minatore, la pensione esclude che si possa ritornare qui giù. A volte tremo di paura nel sapere che lì su forse non troverò abbastanza buio dove nascondermi, senza rivelare la mia vera natura. Sono stato un minatore per così tanto tempo che ho dimenticato chi ero prima e che cosa fosse la mia vita. Non ho memoria di niente: non un amore, né un giorno di pioggia, né il mare.
Come vedete, per chi così a lungo ha scavato nel sottosuolo, uscire alla luce è la più dura condizione, non certo una piacevole liberazione. State attenti a chi giudicherà il minatore come un animale da soma! Qui sotto ci teniamo alla larga dal giudicare, non ci è concesso e questo è un bene. Non pensate che una lunga costrizione, sia meno piacevole della libertà di chi vive all’aria aperta. Il problema sta nel fatto che quando la vecchiaia ci costringe ad appendere l’elmetto al chiodo, non riusciamo più a pensarci senza di esso. Lo stesso accade per chi da su viene a lavorare nel sottosuolo: la sua preziosa libertà gli è strappata, così pensa e se rammarica, mentre dovrebbe gioire di aver perso quello stupido privilegio che è la scelta. Tutti noi minatori sappiamo - io in particolar modo - che scegliere è un imbroglio. Preferirei restare incastrato in qualche vita che non mi appartiene piuttosto che dover scegliere fra mille possibilità. Li su hanno dimenticato che cos’è il coraggio: l’audacia di fronte alla costrizione, dopo l’asservimento (come dice un vecchio proverbio dei minatori “prima di scavare, devi essere sommerso dalla terra!”).
È tempo ormai che io concluda queste brevi memorie, ho ancora molta solitudine da dedicarmi e non voglio più sprecarla in discorsi. Spero che dopo aver letto - chiunque voi siate, dovunque abbiate dimora, cominciate a dubitare che quello che fino ad ora avete vissuto è stato il riflesso di qualcosa dal sottosuolo, ma ricordate: non tutto ciò che è profondo arriva in superficie!

domenica 8 novembre 2009

Cruda verità

Ogni buon pensiero è un’insurrezione contro la mediocrità.

venerdì 30 ottobre 2009

Annozero o Novella 2000?

la sinistra e la destra: due facce della stessa perversione! l'opinione pubblica punta lo sguardo sugli scandali sessuali, c fa vergognare di fronte all'Europa e intanto il paese continua ad andare a rotoli. - eppure noi italiani siamo fortunati:la prossima puntata di Annozero (il programma che va contro corrente? o che crea le correnti e gli scandali? qualcosa tipo Novella 2000!!!) porterà in scena Travaglio e il suo culo rotto, qualche politico che non sa neppure dove si trova e poi Santoro - - penso che non esista nessuna bestia televisiva più magnaccia di lui!!! - che forse stavolta ci canta qualche canzoncina più decente - la gente si farà due risate con Vauro e poi tutti a nanna - evviva il Bel Paese!!!

giovedì 29 ottobre 2009

Anopoli. Brevissima storia di un città sodomita.

"Affacciatevi alla finestra!" c'è scritto all'ingresso.

mercoledì 28 ottobre 2009

Inquisitoria 2

Mangiafuoco: “Scopiamo!”
Fata Turchina: “Ingiurioso!”
Mangiafuoco: “Non fare storie, ho appena preso anche un caffé. Avanti! Vieni qui prima che finisca l’effetto!”.
La Fata turchina non si muoveva, decisa a non mollare sull’educazione. Se voleva scopare, doveva chiederglielo in maniera gentile. Mangiafuoco lo sapeva, ma quella sera, di ritorno dal processo, con tutta la tensione che il suo cranio gelatinato aveva subito, non avrebbe mai potuto dirle: “facciamo l’amore!”. Soprattutto chi era lei per dover chiedere una cosa del genere? Soltanto una proprietà indiscutibile! Mangiafuoco la guardò negli occhi e le intimò di stendersi. Avrebbe fatto tutto da solo. Disse: “Basta con i compromessi. Vedi a cosa mi hanno portato. Basta! Io scopo!”.
La Fata Turchina non aveva mai assistito ad una scena del genere, non sapeva che fare. Impaurita dall’ira di Mangiafuoco, si stese sul letto, cominciò a sfilarsi la gonna di seta in mille drappi. Mangiafuoco ribolliva nel vederla. Aveva occhi sempre più accesi di piacere.
Mangiafuoco: “Le tue gambe sono porcellini rosa!”.
Fata Turchina: “Sei disgustoso!”.
Mangiafuoco: “Le tue gambe rosa, la tua fica rosa, il tuo seno rosa… perché coprire tutto con quel vestito turchese? Non l’ho mai capito!”. Mangiafuoco, nudo sulla sedia, accese il sigaro e continuò: “Sai, c’è qualcosa che mi sconvolge sempre di più: l’attesa del giudizio. Ora sono stato scagionato. Domani sarò processato ancora, perché sono Mangiafuoco. Non posso farci niente se ho preso in odio i burattini. Adesso guarda, guarda a cosa a portato questo odio. Io so tutto quello che c’è da sapere sui burattini… vogliamo parlare poi della bravura nel maneggiarli? Non credo che qualcuno - da quando ho memoria - sia stato capace di fare ciò che io ho fatto. Eppure nessuno mi ringrazia. Nessuno che dica “bravo Mangiafuoco, che bello spettacolo!”. No! Oramai sento solo: “A morte!”, “Per carità scacciatelo!” ecc. Ritieni che sia giusto?”
La Fata Turchina: “No!”
Mangiafuoco: “Sono capace di ironia, sarcasmo - e non covo rancore!”. Qui respirò profondamente, ma il sigaro si era spento. La mano leggermente tremava.
Intanto la Fata Turchina continuava a sfilarsi i veli delle sua gonna, Mangiafuoco era ormai rovente.
L’ultimo velo fu sfilato. Finalmente si vedeva la peluria tanto attesa. Una brama incontrollabile prese Mangiafuco, l’ansia di penetrare Fata Turchina era tale che non davvero non poteva più resistere. Si tuffò sulla poverina. Lei lo subì. La penetrazione fu rapida - l’erezione non avrebbe retto a lungo, bisognava che Mangiafuoco sfruttasse al meglio il suo fiato e la sua possanza. Negli annali del paese di Mangiafuoco quella notte venne ricordata per la superlativa prestazione dell’uomo, che aveva sottomesso la donna.
Si sa, però, che le cronache politiche (troppo simili in quel tempo alle cronache sessuali), avevano ingigantito la vicenda. Da indiscrezioni si venne a conoscenza di quella che fu la risposta di Fata Turchina, dopo l’amplesso. Disse: “Nulla di troppo!”.

martedì 27 ottobre 2009

Danae

Sono stato sempre affascinato dalla vicenda di Danae. La sua tragicità, legata al parto di Perseo, il modo in cui questo parto è avvenuto e la violenza subita da Zeus (anche se Zeus si è dimnostrato delicato in questa vicenda, violentandola sotto forma di pioggia oro... che finezza questi greci, che gusto incomparabile per la vita in tutte le sue forme!!!)tuto questo - dicevo - mi ha portato a scrivere di Danae. Ho immaginato i suoi pensieri prima e dopo il parto. E questo è il resoconto!



Danae dormiva e nessuno le aveva annunciato la pioggia, Danae triste, Danae senza respiro, immobile, percossa dal destino - lei non aveva alcuna scelta, lei non poteva avere scelta. Sofferenza in cambio d’amore, allontanamento in cambio di gioia. Danae dai capelli lunghi, malconcia nella sua veste troppo regale, lei che attendeva l’amore ebbe in cambio la pioggia. Quale sorpresa risvegliarsi bagnata in quella veste così mortalmente asciutta, Danae stupita, Danae non più vergine, non più casta figlia di un padre sciagurato, Danae amata dalla pioggia divina, lei che attendeva un amore più gentile, ha dovuto soffrire i fremiti del freddo raggelante conforto della sua torre, mentre un seduttore regale oltre ogni limite l’amava. Nessun letto di fiori, nessuna morbida carezza, nessun sogno compiuto, e quelle mani bagnate sul suo volto di vergine, quelle mani possenti che la possedevano, che l’ammaliavano di carezze e dolcissime speranze, il caos stesso le penetrava l’anima stordita, la sua anima indifesa, che in quella notte stava maturando, pronta a generare l’odio, la brama, il desiderio, la follia e il rimpianto per una giovinezza gettata via, che s’avvicinava con un salto verso il baratro promesso a chi disobbedisce alle regole, che infrange i vaticini, che sigilla col suo atto d’irresponsabilità la necessità del cambiamento. Irrazionale sciocca Danae sperduta, Danae che piangi nella tua solitudine, ancora una notte, ancora poche ore, prima che la tua veste fradicia t’inganni, che le tue mani tremanti ti svelino il breve segreto della tua notte di passione, Danae che sfiori con gli occhi l’alba, vorresti spingere il Sole di nuovo nell’abisso, vorresti ingannare il giorno, giocare a sfuggire al destino, Danae isterica, piangente, triste.

Danae scivola sulle onde nella sua bara, sente soltanto il fischio del vento entrare indiscreto a disturbare la quiete insolita dei suoi pensieri. Nessuna lacrima le riga le guance fredde, il bimbo non piange, quanta calma può sopportare l’anima? Si chiede Danae, dispersa folle vagante. E ancora silenzio, e spazi vuoti, e acqua risonante nel vuoto della bara. Nessun ricordo, non puoi rimpiangere, non puoi chiudere gli occhi: che ne sarebbe della tua tristezza dolce ambigua che ti dorme sulle ginocchia, come sopporteresti di vivere priva degli occhi di chi t’amerà? Danae sciocca, schiudi gli occhi e ridi, ma sai che non è ancora tempo perché qualcuno capisca la tua follia, il tuo folle amore. Ma in fondo al tuo pensiero: cos’è amore? Perché far stridere i denti, Danae triste, mentre tutt’intorno si schiudono le gocce di brina della Primavera, e un canto ne fuoriesce di gocce di brina cadenti, simili a stelle estive, ma ancora fresche di venti invernali? E ancora ti chiedi cos’è amore, per te, triste sperduta Danae, piangente nel tuo silenzio, mentre dispensi sorrisi e lievi carezze sul suo volto bianco. - Come si può sorridere nelle lunghe attese, col cuore trafitto dal tempo! Quanto dolore è necessario prima che il cuore si colmi di serenità! Prima che la serenità rinunci ai suoi diritti su me! - dici ridendo, Danae mai stanca. Imperversa il tuo respiro nelle pieghe del legno!

sabato 24 ottobre 2009

Dentro Valery

Valery - buon pensatore, arguto, piscia-a-letto - i suoi pensieri sono cattivi per metà, l'altra metà puzza un po' di maniera, di masturbazione. una tecnica sopraffina, studiata, da vero erudito. non bisogna però dimenticare la freschezza e la poca indulgenza - che possono indurre a pensare che almeno abbia scopato qualche volta. (I pensieri più profondi dei filosofi mi sono sempre parsi come delle lunghe voluttuose scopate, senza tregua, perchè il piacere - quello sì - che la vale la pena di cercarlo. Fino in fondo. Fino all'ultima goccia.)

giovedì 22 ottobre 2009

Inquisitoria

Avvocato: Le facce pulite girano per strada. Sono i tuoi amici?
Mangiafuoco: No.
Avvocato: Le facce pulite arringano dall’alto la loro vana superbia. E la tua?
Mangiafuoco: È nascosta.
Avvocato: La facce pulite hanno il sorriso compiacente di chi si crede forte e ironicamente ironico. E la tua genialità?
Mangiafuoco: È superata.
Avvocato: Le facce pulite non si nascondono, loro hanno occhi senza fondo. E il tuo fondo?
Mangiafuoco: Troppo profondo.
Avvocato: Le facce pulite non sanno e non vogliono sapere perché esiste la pesantezza dell’essere puliti dentro. E tu?
Mangiafuoco: Sono due anni che ho lo stesso aspetto.
Avvocato: Le facce pulite intervengono nei fatti dell’umanità come l’acqua sul fuoco. E il tuo incendio?
Mangiafuoco: È altissimo e non hanno estintori così potenti.
Avvocato: Le facce pulite appuntano fiori all’occhiello e non hanno la grazia di Marilyn. E tu?
Mangiafuoco: Io non conosco Marilyn.
Avvocato: Le facce pulite inghiottono i loro fagotti di merda, e poi si lavano i denti. E il tuo dentista?
Mangiafuoco: Si rifiuta d’aiutarmi!
Avvocato: Le facce pulite s’iniettano compiacenti profumi e arie da Gran Teatro dei Burattini. E tu?
Mangiafuoco: Io sono Mangiafuoco.



Così, dopo l’ultima richiesta d’appello, il processo finì, si dileguò totalmente, com’era cominciato. La luna era alta e sembrava un disco pronto da lanciare, il cielo aveva, grazie alla luce lunare, un colore più chiaro, mentre intorno la tenebra lasciava che il mondo sprofondasse nel suo ventre. Dentro l’aula del tribunale, nessuno s’accorse di quest’inenarrabile spettacolo, e tutti presi dalle loro firme e controfirme, uscirono in fretta con gli occhi bassi e mille carte sotto il braccio, nella ventiquattrore, nelle tasche. - Da quella notte Mangiafuoco s’accorse che centinaia di carte, coprono il cielo -. Milioni di fogli bianchi a righe sottili, gialli in carta di riso, verdi speranza coi bordi rossi - insomma di tutti i colori. Ma Mangiafuoco, quella notte, non pensò ai fogli, né alle mani che li stringevano, si concentrò sul cibo, sulle fragranti fette di torta alla crema, sui bignè al cioccolato… poi, come in estasi, pensò al caffè!

mercoledì 21 ottobre 2009

Devil's great expectations

Devils’s great expectations

Sono il gran Calunniatore
di ogni menzogna dispensatore,
assiso sulle Pietre del Giudizio
ho condotto Cristo sul precipizio
- sì, l’ho guardato e l’ho deriso,
lui mi ha risposto un po’ indeciso.

Credete che qui essere diavolo
significa imbandire un tavolo
ricco di ogni sogno o paradiso?
E se soltanto io sono l’escluso
- il perdente calpestatore di figli,
l’audace cacciatore di conigli -
voi siete le mie prede,
voi che sedete sopra sedie
comode e rotonde, ambite
alle lontane spiagge tramortite
dal suono dei vostri cimbali
meccanici, assordanti timpani
di un inferno più atroce
del mio. Scende la luce,
si fa notte ed io attendo
che il buio diventi orrendo
persecutore dei vostri malanni,
delle giostre amorose e degli affanni,

perché io sono il Calunniatore
di ogni rimorso dispensatore,
attendo il giorno del giudizio
per ritirarmi con Cristo all’ospizio.

martedì 20 ottobre 2009

'o sfaccimmo (ovvero "Come si erotizza l'asinetto")

Maradonando scorsi una bislacca
che pure si svestiva con diletto
quando da dietro parve l'asinetto
tanto piu zelo n'ebbe, quanto ne prese

e dell'asinetto solo la coda restò
perch'ella se l'immerse nel ventre
grasso e duro e quinci fiero
se n'andò in sembiante di destriero

e quando l'apparenza fu dissolta
segui' scopando sempre forsennato
poiché di questi giorni solo conta
la fama e non la nuda veritate

sicché un asinetto cazzolino
gli viene grande e meglio la sutura
a causa di un sembiante di destriero
che fu e non piu' niente vi perdura

solo peccato - fu di gola disse -
l'amare disperato la verdura
sicchè desiò la tonsa carota,
che d'ogn'altre forme era

imago dolente e piacente,
penetrar il suo ignobil culo
che dal dì dell'altro sembiante
mai più ospitò altro che mulo!

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beddi/e zozzi/e e/e facinorosi/e
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